31 giorni di benessere mentale: la sfida

Per questo mese di luglio ho pensato di proporvi una sfida, o challenge, come si usa dire ora (che in realtà in italiano significa sfida).

In cosa consiste questa sfida? Da domani, e per tutto il mese di luglio, ogni giorno vi proporrò una piccola sfida, una piccola cosa da fare come compito quotidiano. L’obiettivo è quello di fare qualcosa per noi stessi, per il nostro benessere e per la nostra salute (fisica e mentale).

Ognuno di noi ha delle preferenze, degli hobby, delle attività che lo aiutano a star bene. Questa sfida è generica, rivolta a persone che non conosco, ma può essere utile come spunto per porsi un piccolo obiettivo quotidiano, per mettersi in gioco e soprattutto per entrare nell’ottica di fare qualcosa per se stessi. Se la sfida del giorno non ti rispecchia e non è di tuo gradimento approfittane comunque per trovare la tua sfida personale.

Pronti? Vi aspetto domani per la prima sfida del mese.

Prenditi cura della tua attenzione

Nel precedente articolo abbiamo visto una storia che ci ha fatto riflettere sui pesi che ci portiamo dietro, sulla difficoltà a lasciar andare. Questo ha molto a che fare con l’attenzione. A cosa prestiamo attenzione? Dobbiamo immaginare una percentuale di attenzione quotidiana che abbiamo a disposizione; immaginiamo che sia pari al 100%. Come distribuiamo questa attenzione?

Casa, lavoro, figli, marito/moglie, amici, passioni, sport… Ad ogni azione corrisponde una percentuale di energia che investiamo. Ma dobbiamo stare attenti a calibrarla bene, altrimenti rischieremo di restare senza. Un pò come la benzina della macchina: occorre monitorare i chilometri fatti e controllare quando si accende la spia che ci segnala di fare rifornimento. A volte può essere difficile captare i segnali che ci dicono che siamo in riserva. Ci sono, ma non li ascoltiamo.

Sei consapevole di ciò che attira la tua attenzione? Sei consapevole del fatto che puoi scegliere tu a cosa dedicare attenzione e a cosa no? Cosa portarti dietro rischiando di arrivare in riserva?

Quale peso ci portiamo dietro? Una storia per imparare a lasciar andare

Spesso tendiamo a rimuginare e a dare importanza a cose che dovremmo imparare a lasciar andare.

Oggi vi racconto una storia.

“Due monaci buddisti lasciarono il loro monastero per raggiungerne un altro che distava circa un giorno di cammino. Dopo alcune ore a camminare, una fortissima tempesta li sorprese. I monaci si ripararono e quando smise di piovere si rimisero in cammino. L’acqua aveva però fatto esondare un fiume, che aveva allagato tutta la strada. Nei pressi di una grande pozza di acqua, i due monaci videro una donna, bellissima e disperata. La donna aveva paura di attraversare la pozza, così chiese ai due monaci se potessero aiutarla. Il più giovane scosse la testa imbarazzato e rivolse il proprio sguardo altrove. Il più vecchio, invece, non ci pensò due volte: prese la donna in braccio e insieme attraversarono la pozza. Arrivati dall’altra parte, la donna lo ringraziò e si allontanò verso un’altra direzione.

I due monaci ripresero a camminare. Camminarono per tutto il tempo in silenzio, senza proferire alcuna parola. Il monaco anziano contemplava la natura, meditava camminando. Il monaco giovane, invece, aveva lo sguardo basso e sembrava pensieroso.

Solo alla sera, quando intravidero il monastero in cui avrebbero trascorso la notte, il giovane monaco ruppe il silenzio e disse con vigore al suo compagno di viaggio: “Non ti sembra sbagliato toccare una donna? Prenderla in braccio in quel modo, sentire il suo corpo premuto contro il tuo, permetterle di mettere le sue mani intorno al tuo collo? Noi siamo monaci, non è forse sbagliato portare una donna in braccio?”

Il monaco anziano si prese qualche secondo prima di rispondere. Poi disse: «È vero: io ho trasportato quella donna per qualche metro. Ma tu, figlio mio, l’hai trasportata nella tua testa per tutto il giorno. L’hai portata con te da quando l’abbiamo incontrata fino a questo momento… ed è probabile che la porterai con te anche stanotte!”

I più grandi pesi che ci portiamo dentro sono i pensieri, le preoccupazioni, le paure e le ansie che generano. Se un oggetto pesa lo lascio a terra, ma è più difficile controllare ciò che abbiamo dentro.

Vivi il momento presente, non essere schiavo di ciò che è stato, di ciò che avresti potuto dire o fare.

Guardarsi dentro: esercizio

Siamo troppo spesso concentrati sulle bellezze intorno a noi. La natura, le piante, i colori, il mare, le montagne, i fiori… E’ arrivata l’estate, un periodo dell’anno che associamo alla gioia, alle vacanze, all’idea di libertà. E’ importante essere consapevoli di ciò che c’è intorno a noi, purché questo non ci distragga da ciò che c’è dentro di noi.

Abbiamo la tendenza a vedere il negativo in noi stessi, i difetti, ciò che non va… Non siamo obiettivi, non ci vogliamo abbastanza bene.

Quando chiedo ai miei pazienti “Chi sei? Come sei?” mi rendo conto che hanno difficoltà a definirsi. Soprattutto quando gli chiedo dei propri pregi. Nel descriversi iniziano ad elencare i difetti, ciò che non va: quello riescono a vederlo chiaramente. Ma i pregi, il loro mondo interiore per intero, non riescono a vederlo.

Oggi ti propongo un esercizio: prendi carta e penna, scrivi “Io sono…” e scrivi ciò che ti viene in mente… scrivi tutto ciò che ti definisce, a partire dall’aspetto fisico fino ad arrivare alla tua anima, alla tua essenza.

Io sono basso, alto, biondo, castano, con le lentiggini, permaloso, ironico, simpatico, atletico, ecc.

All’inizio ti sembrerà difficile, ma vedrai che quando inizierai scoprirai di saperti definire e di conoscerti più di quanto immagini. Se hai difficoltà, prova a chiedere alle persone intorno a te “mi dai un aggettivo che mi descrive?”. Scrivi l’aggettivo sul tuo foglio, e piano piano il tuo “Io sono…” prenderà forma.

Puoi aggiungere aggettivi ogni volta che ti vengono in mente, lascia il foglio a portata di mano cosi da poterlo compilare.

Al termine dell’esercizio rileggi l’elenco. Senti che ti rappresenta? Quali aspetti ti piacciono di più e quali di meno? Partiamo dalla consapevolezza di noi stessi per poter avviare un cambiamento rispetto a ciò che vogliamo modificare…

Fallimento: opportunità o limite?

Ho preso in prestito questa frasi di Usain Bolt, ex velocista giamaicano e detentore del record mondiale dei 100 e 200 metri piani, oltre che della staffetta 4×100 metri. Gli atleti passano la loro vita ad allenarsi, a prepararsi, a raggiungere obiettivi e a cercare di superarli. Il fallimento può essere dietro l’angolo, per loro come per chiunque. Cosa permette ad un atleta record mondiale di raggiungere i suoi obiettivi? La volontà, la determinazione, il non arrendersi di fronte alle difficoltà.

Al giorno d’oggi ansia e panico rappresentano sintomi comuni con cui le persone si ritrovano a convivere. Dietro c’è la paura, il perdere il controllo, il fallimento. Gli atleti non vogliono fallire, ma lo mettono in conto. Cosa fanno per affrontare e cercare di evitare il fallimento? Si impegnano ancora di più, si allenano, cercano di migliorare le proprie prestazioni. Il fallimento delude. Se impieghiamo energie per allenarci, prepararci, affrontare al meglio le situazioni di certo non ci aspettiamo di fallire, non lo vogliamo.

Tutto dipende da come viviamo il fallimento.

Possiamo considerarlo un limite che ci impedisce di raggiungere i nostri obiettivi, come qualcosa che ci mette di fronte alle nostre difficoltà, agli sbagli.

Oppure, possiamo viverlo come una possibilità per capire cosa ci ha fatto fallire, e da li ripartire per aggiustare il tiro e puntare dritti verso il nostro obiettivo.

Come affrontare la timidezza:3 strategie

Partiamo dal capire che cos’è la timidezza. Possiamo definirla come un senso, per lo più abituale, di disagio provocato da timore (o pudore o soggezione) , che si traduce in un comportamento esitante e impacciato o, talvolta, anche scontroso. La persona timida si sente in soggezione, a disagio, poco sicura di se ed esposta al giudizio altrui.

Come possiamo affrontare la timidezza? Vediamo tre strategie che possono essere messe in atto.

  1. Accettala. La timidezza non definisce chi siamo, ma rappresenta una nostra reazione alle situazioni. Nel tentativo di contrastarla finiamo per ingigantirla ancora di più. E’ bene partire dall’accettarla: c’è, è presente. Prova a chiederti: cosa vuole farmi fare questa mia timidezza? Probabilmente serve a proteggerti, la sua presenza non ti permette di esporti e di rischiare. Ha, quindi, anche una funzione positiva. Basta saperla moderare affinché non ti ponga limiti.
  2. Mettiti in gioco. Fai una lista di tutte quelle piccole cose, situazioni o persone che ti rendono particolarmente timida. Dopodiché metti in ordine questo elenco: dalla cosa che ti rende più timida a quella che ti rende un po meno timida. Inizia dal basso e prova a metterti in gioco provando ad affrontare, nell’ottica di un passo alla volta, queste situazioni che ti generano timidezza.
  3. Sii esplicito. Inizia a dichiarare apertamente i tuoi desideri e bisogni, senza timore di non essere ascoltato. Anche qui mettiti in gioco e vedi cosa succede: vieni ascoltato? Vieni ignorato? Non bloccarti a priori, ma sperimenta e poi arriva alle tue conclusioni.

Ricorda che non sei sotto un riflettore. La gente pensa a se e non hai gli occhi di tutti puntati addosso. Ricordarselo potrà esserti di aiuto nell’affrontare le situazioni.

Un passo alla volta

Come dice una frase di Jodorowsky ” Il primo passo non ti porta dove vuoi… ti toglie da dove sei”. Spesso vedo la fatica delle persone nel cercare di cambiare. Anche se si trovano a vivere una situazione di fatica, di dolore, di pesantezza, con o senza sintomi fisici, è difficile per loro fare qualcosa per cercare di allontanarsi da tutto questo. Il loro desiderio dovrebbe essere, ed è, quello di stare meglio.

Ma cambiare è faticoso. Presuppone volontà, mettersi in discussione, energia. Un esercizio mentale, quanto fisico. Proviamo a cambiare punto di vista: ciò che facciamo, anche il passo più piccolo, non serve a portarmi dritto verso la meta; ma mi aiuta a spostarmi da dove sono ora. Se sto vivendo una condizione di fatica, stress, pesantezza, il piccolo passo che farò verso il cambiamento mi allontanerà verso tutto questo, anche se di poco.

La bacchetta magica non esiste, e forse tutti la vorremmo se potessimo. Vedremmo realizzati i nostri desideri e senza alcuno sforzo! Ma quello succede nelle favole, non nella vita reale. Qui bisogna far qualcosa se vogliamo spostarci da dove siamo.

E può bastare anche un piccolo passo alla volta…

Vivi il presente e rendilo migliore

Ansia, depressione, passato, futuro… L’ansia rappresenta, spesso, un guardare al futuro con timore, come se fosse minaccioso e dovessimo prepararci ed essere pronti a reagire. La depressione, invece, è un restare attaccati al passato, a ciò che è stato, tanto da non riuscire a vivere il presente e a fare progetti per il futuro.

Pensate a quante energie investiamo pensando a cose passate, già avvenute, o a cose future che ancora devono avvenire. E pensate a quante poche energie investiamo, invece, in ciò che è il presente. Le persone più serene sono quelle che riescono a vivere il momento presente. Che significa vivere il momento presente? Significa andare a fare la spesa e guardarsi intorno, scegliere con cura i prodotti da comprare, ascoltare gli odori, lasciarsi trasportare dai colori… Riesci a fare la spesa cosi? O mentre sei al supermercato vai di corsa, pensando a tutto ciò che devi fare uscito da li e a cosa dovrai preparare per cena, correndo cosi il rischio di uscire senza aver comprato ciò che veramente ti serviva?

Vivere il momento presente significa concedersi di non correre, di godere appieno dei piccoli momenti, nella sicurezza e nella tranquillità di riuscire ad affrontare ogni situazione, nel bene o nel male.

Non piangere sul passato, è andato

Non stressarti per il futuro, non è ancora arrivato.

Vivi il presente e rendilo migliore…

I leader non sono responsabili dei risultati, ma delle persone che sono responsabili dei risultati

Spesso ci si concentra sui risultati e si tende a pensare che per far funzionare le cose basti dare ordini a qualcuno che dovrà eseguirli. Ma non è cosi. C’è bisogno di fiducia, stima, affiatamento, buona comunicazione. Occorre creare un clima in cui ci si senta in armonia. Ci deve essere la sensazione di non essere soli, ma di essere parte di qualcosa.

Il compito del leader è proprio questo: facilitare tutto ciò. Non puntare solo ai risultati, ma guardare alle persone. Un leader è responsabile delle persone, rappresenta per loro un punto di riferimento. Prendendosi cura di loro, i risultati arriveranno inevitabilmente.

Cosa significa prendersi cura? Significa essere un esempio, far riflettere, stimolare, motivare, spronare. Significa mettere in campo la strategia necessaria in quel preciso momento per quella precisa persona. Significa instaurare relazioni, ma soprattutto esserci in quelle relazioni.

Significa mettersi in gioco, e non restare in disparte a guardare. Fare parte del “gioco”. Significa parole, ma anche gesti concreti.

Significa dare priorità alle persone, prima ancora che ai risultati. Se, come leader, curo le relazioni, le persone, il clima, il gruppo… i risultati arriveranno come effetto secondario di tutto ciò.

La vita non ti serve le cose su un piatto d’argento, come tu le vuoi. Devi fare la tua parte

A tutti piacciono le cose belle. I diamanti, ad esempio: preziosi, lucenti, belli. Ma un diamante non nasce cosi, viene trasformato. Preso, lavorato, definito.

Le cose belle non nascono dal nulla. A partire dalle cose materiali, come anche nelle relazioni, nulla accade per caso. E’ come per il diamante: bisogna investire volontà, energia, tempo, attenzioni. Bisogna fare la propria parte.

Prendiamo ad esempio una relazione, di amicizia o di amore. Bisogna coltivarla, dedicarle tempo, attenzioni, energia, presenza. Non basta conoscersi e starsi simpatici. Cosi come non basta trovare un diamante grezzo e poterlo trasformare in un bellissimo diamante senza fare nulla.

Siamo noi gli attori, gli artefici delle cose.

Che parte rivesti nelle relazioni? Che parte rivesti nel tuo lavoro, nella decidere della tua salute, della tua forma fisica, della cura della tua casa?

C’è bisogno di investire: tempo, attenzioni, energie. E’ un pò come il contadino che cura l’orto. Non basterà preparare il terreno per avere i frutti. Ci sarà bisogno di dare l’acqua, togliere le erbacce, sapere qual è il periodo giusto per ciascun frutto. Ancora una volta tempo, attenzioni, energie.

E tu, che frutti vuoi raccogliere dalla tua vita?