Quello che si vede fuori non é sempre quello che c’è dentro

Vi sarà capitato di andare al supermercato, vedere un bel frutto,poi arrivare a casa e restare delusi dopo averlo mangiato? Era così bello quando lo abbiamo scelto, sembrava succoso, maturo al punto giusto, eppure il suo aspetto ci ha ingannato. O quanti di voi, vedendo l’immagine delle due carote, avrebbero scelto di cogliere la carota con il ciuffo più corposo, verde, rigoglioso. Per poi restare delusi dalla carota.

Spesso le apparenze ingannano. Noi stessi finiamo per dare un’immagine di noi che non corrisponde alla realtà, a ciò che siamo realmente. Indossiamo delle maschere, proprio come il ciuffo della carota. E se lo facciamo noi perché non dovrebbero farlo gli altri? Ciò che vediamo delle persone accanto a noi non é ciò che sono veramente, ma ciò che scelgono di mostrare. Proviamo, allora, ad andare al di la delle apparenze. Una persona forte può nascondere una fragilità, così come un persona apparentemente fragile può avere dentro di sé una forza che emerge nel momento del bisogno. Siamo noi a decidere come vogliamo apparire,che immagine di noi stessi vogliamo trasmettere.

Decidiamo in quali situazioni e in quali contesti vogliamo portare la maschera. Ma concediamoci anche relazioni in cui questa maschera viene via, per lasciare il posto al nostro Io autentico.

Dott.ssa Valentina Melilli

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Non é mai troppo tardi per essere felici

Ci sono persone che non vivono, sopravvivono. Vanno avanti, come per inerzia. Non si fermano, perché fermarsi vorrebbe dire fare il punto della situazione e capire se e cosa cambiare nella propria vita. E tu, sei felice? Ti sei mai fermato cercando di rispondere, onestamente, a questa domanda? Spesso incontro persone rassegnate. Attivano in terapia con un sintomo e vogliono risolvere quello. Ma cosa si nasconde dietro al sintomo? Proprio una serie si situazioni poco salutari, non autentiche, situazioni a cui ci si ê adattati ma che non ci fanno bene. Purtroppo si finisce per rinunciare, pensando che non si possa fare nulla per cambiare le situazioni. Esse sono così e bisogna rassegnarsi. E perché? Non abbiamo il diritto di essere felici? Si, direte voi. E magari vi starete chiedendo: chi ce lo da questo diritto? Io vi rispondo: noi stessi. Se avessi più soldi, se quella situazione si sistemasse, se,se… Rischiamo, così, di metterci in attesa. In attesa che le situazioni cambino, che la fortuna giri. Ma così il tempo passa, e la nostra felicità si allontana sempre più da noi. Iniziamo prendendo in mano la situazione: cosa posso cambiare della mia vita? Cosa posso fare? Quali situazioni non mi fanno star bene?

Ricorda: non é mai troppo tardi per essere felici. E allora non vi resta che intraprendere il cammino della vostra felicità!

Dott.ssa Valentina Melilli

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E tu, sei come la rana?

 

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Oggi partiamo da una storiella per riflettere su noi stessi, sui nostri atteggiamenti e comportamenti. Come ci comportiamo? Noi, immersi nella pentola della vita, fino a che punto siamo consapevoli  dei cambiamenti della temperatura o del livello dell’acqua? Ci siamo assuefatti ad una serie di rassicuranti comodità materiali? Siamo condizionati da abitudini perfettamente rodate? Se si, fino a che punto e con quali conseguenze sul nostro essere presenti alla vita?

Spesso le persone arrivano in terapia quando le hanno provate tutte, spinte da un sintomo o da un disagio tale che li ha portati a chiedere aiuto. Ed è proprio quel sintomo a salvarli! Questa, naturalmente, è una cosa che riescono a riconoscere e ad ammettere solo in un secondo momento, quando il sintomo e il disagio sono un ricordo lontano. Erano immersi nella pentola, si erano adattati alla temperatura dell’acqua senza rendersi conto che stavano per finire bolliti! E’ dura cambiare, mettere in discussione tutto, ripartire da 0. Ma quanto può costarci restare nella pentola, in una situazione che non si adatta a noi stessi, che non è giusta per noi?

A volte è necessario fermarsi, prendersi un momento, e chiederci: dove stiamo andando? Com’è la situazione nella mia pentola? Ci sto bene, o devo cambiare qualcosa?

Dott.ssa Valentina Melilli

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Quel che resta di chi non c’è piu

Perdere una persona amata é doloroso. Non si é mai pronti. Che sia una cosa improvvisa, oppure l’esito di una lunga malattia, poco cambia. L’assenza, il vuoto, irrompono prepotentemente, non lasciano scampo. Immobilizzano. Spesso mi é stato chiesto come si fa ad elaborare un lutto, ad andare oltre, se é una cosa possibile. Si, si può. Mi piace la parola “elaborare”: significa sviluppare, mediante un’attenta coordinazione e trasformazione degli elementi di base, fino a dar loro una sistemazione e una forma compiuta e rispondente al fine voluto. Cosa significa, allora, elaborare un lutto? Significa dare una forma, coordinare, trasformare tutto ciò che c’è. Emozioni, stati d’animo, sentimenti, ricordi, pensieri. La persona non c’è più fisicamente, ma ci ha lasciato qualcosa. E da li parte l’elaborazione. La morte non porta via il legame, i ricordi, i sentimenti. Non porta via l’amore dato e l’amore ricevuto. Non lo porta via, se noi teniamo vivo tutto questo…

Dott.ssa Valentina Melilli

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Non aspettare..

Ci sono cose che non tornano indietro…il tempo é una di queste. Andiamo sempre di fretta, pensando di poter affrontare le cose quando sarà il momento giusto…ma quando arriva questo momento? Dopo lo faccio, dopo ci penso, poi ne parliamo, dopo me lo dici. E il tempo passa. Più rimandiamo, più cresce la sensazione che qualcosa ci sfugga. Cosa ci impedisce di fare le cose ORA, adesso? Direte il tempo,voi. Beh, é una scusa, vi rispondo io. Siamo noi a decidere a cosa dare tempo, a cosa dare valore. Lo sa bene chi affronta o ha affrontato una malattia. Come il concetto di tempo cambia… non si rimanda più,non si può. Il tempo assume un valore diverso, acquista importanza. Perché noi siamo qui ora, non dopo, non domani, non poi. E tu,stai sprecando il tuo tempo? Cosa,invece, gli da valore? E allora inizia a dedicarti proprio a questo..

Dott.ssa Valentina Melilli

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Imparare a concedersi una pausa

Oggi é domenica, per antonomasia la giornata del riposo. Ma é veramente cosi? La settimana é sempre piena di impegni,tra casa lavoro sport,ecc. Il week end dovrebbe essere il momento del riposo, che serve a ricaricarsi. Ma spesso non é così, anzi. Diventa il momento in cui cerchiamo di fare tutto cio che in settimana non siamo riuscoti a fare:lavori di casa, spese varie, vedere gli amici, fare tutte le cose rimandate per mancanza di tempo. Ma quand’è, allora, che abbiamo la possibilità di “concederci” una pausa? Un momento in cui non dover far nulla, un momento non programmato, in cui possiamo permetterci il lusso di ascoltarci e chiederci: “cosa voglio fare?”. A volte, quando faccio ai pazienti questa domanda restano senza parole: sanno cosa DEVONO fare, ma non si soffermano mai sul cosa VOGLIONO fare. E al momento di rispondere non sanno cosa dire! E voi, cosa volete fare? Provate a ricavarvi un momento tutto vostro:può essere un’ora,un pomeriggio,una giornata… purché non ci siano programmi e possiate rispondere alla domanda: cosa voglio fare? Buon esperimento!

Dott.ssa Valentina Melilli

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Parola d’ordine: ASCOLTARSI

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Quante volte vi è capitato di mangiare per fame? E quante,invece,per noia,tristezza,paura,rabbia,frustrazione,gratificazione? Spesso ciò che ci spinge a mangiare non é il senso di fame (che corrisponde, quindi, ad una necessità del corpo), ma l’emozione del momento. Ricordiamo che ci nutriamo per nutrire il nostro corpo, per avere le giuste energie affinché esso sia funzionale. Spesso, invece, utilizziamo il cibo per sopperire ad un’emozione che proviamo in quel momento (sono arrabbiata, sono delusa, quindi mangio) oppure seguendo delle regole precostituite (sono le 13 quindi devo pranzare, devo finire tutto ciò che ho nel piatto,ecc). Seguire l’emozione anziché i segnali e le necessita del corpo contribuisce a creare una dissociazione tra corpo e mente, come se fossero due entità distinte. Ma non é così. Ecco perché, nel percorso di mindful eating e nel sostegno nelle diete, reputo fondamentale lavorare con la persona affinché si crei un legame tra i segnali del corpo e i pensieri della mente. Affinché il corpo venga visto come alleato, come un qualcosa da ascoltare e al tempo stesso tutelare, perché lui sa ciò di cui ha bisogno. Basta ascoltarlo…

Dott.ssa Valentina Melilli

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Scegli l’obiettivo e definisci la direzione

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Quando ci si prefigge dei grandi obiettivi, spesso si pensa di non essere in grado di raggiungerli. Frammentandoli in traguardi più piccoli si scopre, però, che si può arrivare a qualsiasi obiettivo. Ognuno di noi ha un obiettivo, piccolo o grande che sia. Spesso ci spaventa l’idea di affrontare, di fare, di esporci, di rischiare e di poter fallire. E se poi non riesco?  Cambiamo registro:non più “se lo raggiungerò,se ce la farò”, ma al contrario “QUANDO LO RAGGIUNGERÒ”! Vedrete come questo cambierà tutto! Si perché gli ostacoli ci saranno, gli imprevisti, magari anche le delusioni, ma se vogliamo raggiungere il nostro obiettivo nulla potrà fermarci. Cosa ci può aiutare? Suddivvidiamo il nostro obiettivo in piccoli step, che vadano a definire la strada da percorrere. Ad esempio: voglio cambiare lavoro? Cosa devo fare: aggiornare o creare il curriculum vitae, cercare gli annunci selezionando il mio campo di interesse, spargere la voce tra le persone che conosco e che potrebbero essere a conoscenza di qualche offerta di lavoro. Vedete come questi piccoli step rendono l’obiettivo più “fattibile”. Selezionate, quindi , in concreto le cose che dovete fare. Voglio fare un viaggio: mettere i soldi da parte creando un salvadanaio destinato a questo, andare in agenzia viaggi o cercare su internet offerte e pacchetti viaggio, costruire il mio itinerario di viaggio, ecc. Qual’é il tuo obiettivo? Prendi carta e penna, scrivilo al centro del foglio. Ora fai partire dalle frecce dal tuo obiettivo e, numerandole, scrivi i vari passaggi necessari ad arrivare al tuo obiettivo. Niente fato,niente fortuna, ma solo ciò che TU devi fare per poterlo raggiungere. Dipende solo da te stesso!

Dott.ssa Valentina Melilli

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Non prendere nulla sul personale…

Quando inizieremo a vedere gli altri così come sono realmente e quando non prenderemo nulla sul personale, non soffriremo più per quello che dicono di noi.

Se qualcuno intorno a noi ci rivolge parole che mirano ad infastidirci, senza conoscerci, è evidente che non sta parlando di noi, ma di se stesso. Anche quando la situazione sembra diretta e personale, ricordiamoci che le parole sono gli accordi che le persone hanno preso con loro stesse. In realtà, nel rivolgerle a noi, affrontano le loro emozioni, convinzioni, punti di vista. Non credete a quello che sentite su voi stessi: il mondo in cui viviamo dipende dagli accordi che abbiamo preso con noi stessi. Può capitare che il parere di una persona su noi stessi ci colpisca, che ci ferisca…proviamo a chiederci: come mai? Cosa penso io dell’immagine di me stesso che l’altra persona mi rimanda? Quest’immagine riguarda tanto me quanto l’altro. Che idea ho io di me stesso? A volte ci colpisce tanto un “giudizio”, un’opinione, perché siamo noi stessi a dargli valore, a crederci. Siamo, quindi, noi i primi a metterci in dubbio. Se riceviamo un complimento tendiamo a considerarlo scontato, quasi a sottovalutarlo… ma se riceviamo una “critica” eccoci li pronti a rimuginarci sopra, a ricamarci pensieri e ragionamenti, a chiederci se è vero. Proviamo allora a partire da una base più stabile, più solida: me stesso. 

Ti sfido a fare un piccolo esercizio: se dovessi descriverti ad una persona che non ti conosce, come ti descriveresti? Che aggettivi utilizzeresti?

Io sono….

E se fossero gli altri a parlare di te, come ti descriverebbero?

Lui/lei è….

Ora rileggi queste tue descrizioni: ci sono più elementi positivi o negativi? Rifletti su questo: se ci sono più elementi positivi hai una buona opinione di te stesso, se invece prevalgono gli elementi negativi significa che hai la tendenza a sottovalutarti, a non dare risalto alle tue qualità e ai tuoi punti di forza. Ti invito allora a metterti alla prova e a fare un altro esercizio: scegli 5 persone a te vicine e chiedi ad ognuna di loro di dirti i tuoi 3 punti di forza. Senza commentarli, ascoltali e annotali su un foglio. Finito l’esercizio rileggili: ti rispecchiano? Avresti pensato di ricevere questo tipo di risposte? Qualcosa ti ha colpito in positivo? Se è vero che il parere degli altri ci dice molto su di loro, è anche vero che ci dice qualcosa sul nostro modo di esporci e rapportarci all’altro. Riflettiamo, quindi, su quest’immagine che ci ritorna indietro, scegliendo noi a cosa dare priorità.

Dott.ssa Valentina Melilli

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Genitori, bambini e alimentazione: la divisione delle responsabilità

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Sembrerà strano, ma tutti i bambini da 0 a 3 anni sono dotati di una “saggezza interiore” che gli permette di ascoltare ed essere consapevole dei propri bisogni interiori, come ad esempio il bisogno di cibo, Chi ha a che fare con i bambini sa che è impossibile dare da mangiare ad un bambino più di quanto lui non voglia: potrete inventare tutti i trucchi possibili ed immaginabili, ma se un bambino dice no e no, e non si riuscirà a fargli cambiare idea. Questo perché il bambino sa cosa è meglio per lui e ciò di cui ha bisogno in quel momento. 

Un esperimento del 2000 ha mostrato che i bambini di 3 anni mangiano una quantità appropriata di pasta al formaggio da una porzione molto ampia…… mentre i bambini di 5 anni tentano di mangiarla tutta! Fra i 3 e i 5 anni succede qualcosa, per cui la naturale “saggezza interiore” di cui siamo forniti alla nascita, viene surclassata da una vocina che ci dice mangia tutto ciò che hai nel piatto! È comprensibile che i genitori siano apprensivi se i bambini sembrano di scarso appetito, ma così facendo spesso li distraggono con la tv o il cellulare per farli mangiare. È normale, invece, che i bambini regolino la propria alimentazione seguendo la propria saggezza interiore.

Partiamo allora dalla divisione delle responsabilità: 

I genitori fanno il cosa, il quando e il
dove dell’alimentazione ed i bambini
fanno il quanto e il se
dell’alimentazione

Si stima che il 90% dei genitori non crede ai propri figli quando questi dicono che sono sazi, e li spingono a mangiare ancora. Sulla base di questa divisione delle responsabilità, il compito del genitore è quello di decidere cosa debba mangiare il bambino, quando deve mangiare e dove (il luogo in cui consumare il cibo). Dopodichè spetta al bambino avere la libertà di stabilire se e quanto mangiare.

Nei prossimi articoli vi svelerò alcuni suggerimenti per fare dell’alimentazione sana uno stile di vita per i bambini e rendere il momento del pasto  semplice, gustoso e libero da conflitti.

Dott.ssa Valentina Melilli

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